Ella Marciello e l’impassibilità sabauda

16 dicembre 2017

#21

Ella Marciello è copywriter, social media manager, artista, mamma e spesso anche altro, a seconda dell’umore e delle contingenze. Vive a Torino da sempre, traslocata da genitori lucani che qui si insediarono alla fine degli anni ’70. Sente questa città molto simile a lei, che ha un approccio analitico alla vita, ma non può rimanere a lungo senza i contatti umani. Che misura distanze e prossemica, ma poi rincorre le emozioni a piedi scalzi, se necessario. Insomma, Torino è la perfezione, per lei.

Ha vissuto lontano ed è sempre tornata. Ha vissuto in mondi apparentemente distanti e li paragonava sempre a lei. Torino per lei è un po’ il metro di giudizio che usa per vivere. Ed Ella, come questa città, ama spesso rimanere un po’ disparte, ad osservare passanti ed eventi, a diventare sfondo. Il carattere dualistico di questa città le somiglia molto: la discrezione, l’entusiasmo, la voglia di condivisione, il buon cibo, la razionalità.

* photo credit: Giorgio Violino

Una sabaudità di Torino. Quale scegli di raccontarci?

Ho abitato per anni in una bellissima casa di inizio Novecento in Crocetta, al terzo piano. A livello strada c’era il compianto (ahimé) Ristorante Marco Polo, che si sviluppava su due meravigliosi livelli, con una sala molto sabauda al primo piano. Dividevo la vita allora con tre gatti soltanto, che continuano ad essere parte della mia famiglia anche oggi.

Uno di loro, salvato dal gattile e da una storia di miserabili vicende, ha il carattere selvatico e indomabile della pantera costretta alla gabbia, benché alterni momenti di ozio totale felino a momenti di iperattività e pazzia tipica dei soggetti gravemente disturbati. Ora, questo gatto, nero, di nome Zorba, ha un’innata capacità di escapismo e durante i miei anni crocettari ha personalmente conosciuto tutti gli abitanti del palazzo, il postino, i cuochi e il personale del ristorante, che – nemmeno a dirlo – l’hanno preso in simpatia e sempre riportato al mittente.

Una sera però, durante una fuga estemporanea Zorba si è infilato direttamente nella sala al primo piano del Marco Polo, dove sciccose madame e impassibili monsu stavano consumando la cena, seduti a tavoli rotondi con bicchieri in cristallo e tovagliati pregiati. Sotto alcuni sguardi lievemente severi e altri assolutamente imperturbabili, questo gatto figlio del demonio ha iniziato a galoppare per la sala, lasciando dietro di sé solo una scia di costose tovaglie che si gonfiavano al suo passaggio, come vele di navi in tempesta. Velocissimo e malvagio, complici le luci soffuse del ristorante ed il suo essere nero, era pressoché impossibile notarlo.

Le madame portavano lentamente alla bocca cucchiai di consommé, i monsu spizzavano con la coda dell’occhio la tovaglia che si sollevava, continuando a masticare. Nessuna emozione sui loro volti. Nessuno, nemmeno quando ho discretamente infilato la porta della sala (in tuta e ciabatte) e sono stata fulminata da un cameriere che mi ha implorato con lo sguardo di riprendermelo. quel mostro malefico, ha interrotto il pasto o proferito parola. Sono rimasti tutti lì, impassibili e bellissimi, con quell’eleganza sì borghese ma tutta sabauda di non lasciarsi invischiare da faccende non prioritarie, di non prestare attenzione alle cose da poco.

Quali sono i ricordi più vividi che hai della tua infanzia in città?

Della mia infanzia torinese ricordo vividamente i parchi. Quello del Valentino, che racchiude il fascino primordiale della Torino storica della facoltà di architettura e della voglia di darsi un tono dei Savoia, con il Borgo Medievale. Ma ricordo anche e soprattutto il parco di Piazza d’Armi, che porta il nome dei cavalieri di Vittorio Veneto – ma nessuno a Torino lo chiama così – e il Parco Rignon. In questi due parchi andavo ad accarezzare i cani quando ero bambina, a raccogliere le foglie autunnali e saltare nelle pozzanghere, accompagnata da mio padre. Al parco Rignon spesso c’erano artisti di strada e io amavo sedermi nell’erba a guardare gli spettacoli di marionette, che un po’ mi facevano ridere e un po’ paura.

Torino in inverno, primavera, estate o autunno? Quando la preferisci?

Senza alcun dubbio Torino e l’autunno sono un binomio indissolubile. L’autunno si addice a questa città, come la se la conoscesse da sempre e le desse il tempo per essere davvero ciò che è. Una stagione non rigorosa come l’inverno, che permette alla città di farsi bella senza diventare implacabile, di agghindarsi con i colori vividi eppure un po’ decadenti delle foglie morte lungo i viali, di far emergere un’essenza che mai come in questa stagione la rappresenta pienamente. Rimaniamo volentieri nei dehor e nei parchi, lasciandoci tentare da raggi di sole che non si arrendono e scaldano il barocco e il liberty, andiamo ancora in bicicletta, ci fermiamo su qualche panchina anonima a leggere un libro. Per me l’autunno a Torino ha il gusto della lentezza rivelata, delle cose buone assaporate un po’ di più, dell’estate che si trascina piano, permettendoci di sentirci autentici. Ho pensato spesso che novembre a Torino sia un ottobre che ha avuto una seconda possibilità.

Quali sono le coordinate che non manchi di toccare in queste giornate dicembrine in giro per Torino?

Io cammino. Nel senso, non sono una fitness addicted o come si dice ora, io cammino quando la vita di colpo non mi lascia spazio e decido che se lo spazio dentro fa fatica ad esistere allora posso sempre colmarlo con quello fuori. Ho questo approccio locomotorio con le emozioni da quando ero adolescente, per sbloccare un po’ il cervello quando se ne va en empasse. Io cammino, le idee da confuse non diventano limpide ma si allontanano, e va piuttosto bene così. Accadono cose molto belle nel mezzo, come lo scoprire nuove piccole botteghe artigiane in Via Dei Mercanti, che è una strada che non sembra appartenere al rigore torinese ma sembra uscita da un contesto un po’ medievale e un po’ no.

Uno dei posti che sento miei in assoluto è la panchina che è situata accanto ai due toret gemelli, in via degli Stampatori: sono le due uniche fontane poste l’una di fronte all’altra in tutta la città. Una delle due è stata da me “adottata” con l’app I love Toret, molti anni fa. Su quella panchina ho passato tanti istanti, silenziosi e intimi. Con un libro, un gelato, un bicchiere di vino, al riparo dalla folla tumultuosa di Via Garibaldi, che si apre poco più avanti.

Mi piace fare una sosta anche alla Galleria De Chirico in via della Rocca, dell’amica e gallerista Raffaella, che accoglie mostre di arte contemporanea dal gusto che sento molto mio. Per un aperitivo scelgo il Juda Fire se sono al Quadrilatero, il Caffè Elena se sono in piazza Vittorio. Una coordinata immancabile è lo studio bibliografico Giorgio Maffei, un po’ casa un po’ libreria, dove ci si può perdere tra le avanguardie letterarie e artistiche del Novecento.

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