Enrico Gentina e i numeri dei tram verdoni

1 gennaio 2018

#31

Primo dell’anno, doppio regalo.

È con noi un regista, autore e formatore nato a Torino in pieno secolo scorso, da famiglia meticcia in tempi inusuali (nonni materni siciliani di Tunisi da tre generazioni portati nel canavese dalla guerra e dalla Fiat, la parte paterna solidamente canavesana e astigiana). Cresciuto a cus cus, anciue al vert e past’ed melia, oggi crea relazioni e pratica la multidisciplinarietà.

Signore e signori Enrico Gentina.

* photo credit: Maria Chiara Piglione per TEDxTorino

Una sabaudità di Torino. Quale scegli di raccontarci?

Per mettere a fuoco le sabaudità innanzitutto bisogna chiarire il punto di vista. Il mio è sempre stato ambivalente.
Non sono di Torino ma di Volpiano che è un paese a troppi pochi km da piazza Statuto per essere considerato provincia ma contemporaneamente a troppi km per essere periferia. A Torino ci si veniva non spesso negli anni ’70 e io bimbo mi interrogavo su quale fosse il meccanismo che regolava i tram. Ero affascinato da questi macchinari stupendi, non mi erano solo chiari i numeri lì sopra; se passava il 6 non è che avremmo dovuto aspettare che ne passassero quattro se dovevamo prendere il 10?

Per cui la mia sabaudità bambina sono questi tram verdoni; la sabaudità odierna mi appare impolverata perché ho la fortuna di vederla anche un po’ da lontano e in controluce, di confrontare la mia città con ciò che vedo in giro, e se racconto Torino e la torinesità senza lasciarmi prendere dalla nostalgia dei Murazzi dei bei tempi, racconto alcuni cortili. Racconto i mille antipasti che sono un modo di stare al mondo, prolungare l’attesa del piatto forte con infinite leccornie tutte almeno del livello del “main course”. L’antipasto come un’attesa che è godimento puro e che rischia di distrarre a ciò che attendi. Attento che poi all’agnolotto non hai più fame. Poi racconto che il teatro sociale o di animazione, il teatro di comunità e nelle periferie è nato qui, e racconto di come manchi tantissimo, ora, quella sensibilità. Dico Einaudi, Gianrenzo Morteo, Anna Sagna e Italo Calvino, dico di una lucidità nell’essere del mondo e di fare la cultura di cui oggi, non solo qui, si sente la mancanza. Poi per raccontare il torinese chiedo se sai perché il piatto tipico di Torino, dove il mare non c’è mai stato, sia una salsa a base di acciughe.

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Cosa e chi c’è dietro tutto il lavoro di TEDxTorino?

TEDxTorino è il buono che mi tiene a Torino nell’ultimo anno e mezzo, è un respiro bello che ho avuto la fortuna di incrociare.
Dietro a TEDxTorino c’è innanzitutto tanta passione sia per questo format ormai diventato molto famoso, e sia per la città dove viviamo, la scelta di essere a servizio di Torino portando idee nuove e contribuendo a far conoscere le eccellenze sabaude è il filo conduttore di tutto il lavoro.
Dietro TEDxTorino c’è tanto lavoro di squadra, una squadra numerosissima di volontari che regalano il loro tempo, le loro energie e le loro voglie e intanto, a volte senza accorgersene, sperimentano modi di organizzazione e di dialogo interessanti.

* photo credit: Maria Chiara Piglione per TEDxTorino

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Tra tutte le storie e gli aneddoti su Torino che hai sentito, qual è la più incredibile?

Certamente che il piatto tipico sia stato creato perché non si sapeva bene cosa farsene di tutte quelle acciughe che arrivavano in città a mascherare l’importazione clandestina di sale è storia bizzarra e riscuote sempre un bel successo.
Sul sale si pagavano tante tasse essendo bene di monopolio, sulle acciughe no, allora il trucco era mettere in cima a un bidone pieno di sale uno strato di acciughe che ingannasse i doganieri permettesse di pagare una tassa di importazione inferiore. E poi c’è la storia del grande Torino che è davvero incredibile, come incredibili sono le storie epiche, quelle degli eroi ma qualcun altro spero la racconti qui.

Qual è il teatro sabaudo per eccellenza in città?

Dico il Gobetti, piccino, un po’ nascosto e non accessibilissimo ma meraviglioso nel suo essere retrò.
Sabaudi però sono decisamente i teatri degli oratori grandi o piccoli che siano, aperti o chiusi da anni. Lì tutti hanno avuto la possibilità di recitare e di vivere anche solo per un istante quella vita, sul palco, che è una vita di una qualità diversa come diceva Anna Sagna, grande maestra. Per me è sempre stato emblematico che ogni oratorio (non solo torinese ma è a Torino che don Bosco ha sperimentato il format che poi ha esportato ovunque) ne possedesse uno, spesso costruito benissimo e con tutto il necessario per competere con i teatri importanti. Mettere il naso nel Valdocco grande o all’Agnelli o a quel che rimane del San Paolo o il Monterosa per comprendere a fondo. Tutti meriterebbero un teatro vero dove vedere spettacoli e dove provare a stare, non pochi fortunati, tutti. Questo trovo sia il messaggio di quei luoghi lì e come torinese (anche se di Volpiano) ne sono orgoglioso.

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