Livio Milanesio e la lingua spuria della città

28 gennaio 2018

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Autore teatrale e collaboratore di riviste, nonché insegnante di narrazione e linguaggi digitali, Livio Milanesio racconta storie sul digitale per grandi aziende e ha un hobby preferito: crescere tre figlie in quel di Torino. È uscito da una manciata di giorni il suo primo romanzo – La verità che ricordavo – e non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione di fermarlo per fare una chiacchierata sulle sue sabaudità.

Una sabaudità di Torino. Quale scegli di raccontarci?

Sabauda è la lingua spuria di questa città. Sono cresciuto in classi scolastiche che sembravano un esperimento sociologico: la bambina di Salerno (il primo grande amore), la bambina di Piazza Armerina, il livornese e gli innumerevoli mix delle varie provenienze. Nessuna lingua pare del tutto estranea all’orecchio del torinese della mia generazione. Dal canavesano al dialetto di Canosa, dal campidanese alla cadenza delle Langhe e del feltrino. Qui si usa minchia ma si dice anche piciu, ci si dà del balengo ma anche del figlio d’androcchia. Ed è soprattutto sabaudo l’inimitabile accento truzzo che miscela il sussiego piemontese alla cadenza rassegnata del Meridione italiano.

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Qual è il tuo ricordo legato all’infanzia e a Torino?

Il ricordo più intenso della mia infanzia torinese erano le fughe dalla città. La Torino della metà degli anni settanta era una città sospesa. La FIAT era dappertutto, si parcheggiava in piazza Castello, il Museo del Cinema era nascosto in una galleria, la Standa era l’unico centro commerciale. Anni di piombo: a pochi metri da casa mia fu ucciso il brigadiere Ciotta. Sono cresciuto a Santa Rita, un quartiere non voleva ammettere di essere periferia, stretto tra i campi coltivati e le propaggini di corso Vittorio Emanuele, l’arteria del centro. Il sabato pomeriggio io e mia madre scendevamo lungo via Barletta fino a piazza Santa Rita per prendere il tram numero nove (verde) fino a Porta Nuova. Scappavamo dalla Torino difficile a Narzole, paese dei miei. Su quelle colline cominciava la vita vera, libera, colorata, leggera dove potevo giocare con cani e conigli, tirare con l’arco, uscire da solo, andare in bicicletta senza paura del traffico o dei terroristi.

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Quanto carattere sabaudo c’è nel tuo libro La verità che ricordavo uscito da poco per la casa editrice torinese Codice?

Se c’è una cosa in cui i sabaudi sono estremisti è l’understatement. Mai sopra le righe, mai troppo entusiasmo, mai troppa disperazione. Il protagonista del romanzo è un ragazzo cresciuto all’ombra della cucina di un’osteria delle Langhe che verso la fine della Seconda guerra viene arrestato e deportato. Finisce nel cuore del Terzo Reich a servire nella cucina di un circolo ufficiali della Wehrmacht. Laggiù la sua vita non cambia: costante, regolare, mai sopra le righe, neppure nel cuore della più grande tragedia del ventesimo secolo. Dino, il protagonista, è una pura forma di bogia nen, una sorta di resistente passivo che alla fine se la cava (ups! spoiler). Dino, che era mio padre, ha affrontato ogni fase della sua vita con lo stesso l’understatement tanto che quando gli dissi che stavo scrivendo un romanzo sulla sua incredibile avventura fece spallucce dicendo: a chi può interessare?

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Tre posti da conoscere a San Donato.

Sono stato adottato da Cit Turin e San Donato da soli quattro anni ma ho già i qualche “luogo del cuore”. Come il birrificio La Piazza, in via Durandi con quel cortile un po’ berlinese che d’estate, quando non è affollato, prende un’aria da repubblica di Weimar sull’orlo della catastrofe.

Poi la Pizzeria Cecchi, di via Nicola Fabrizi. Buonissima la farinata e la pizza al padellino. Un posto senza fronzoli, onesto, popolare, cocciutamente immune alla gentrificazione del cibo che tanto piace ultimamente.

Poi citerei il Café Le Sourire su Corso Francia anche se che per qualche metro sta “oltre confine” di quartiere. Vicino a Piazza Bernini è un po’ caffè, un po’ tavola calda, un po’ libreria. Lì ho comprato l’unico libro di Vargas Llosa che sono riuscito a finire, Il Sogno del Celta.

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